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38.1 Ci Sono Anch'io - Epo 150: applicazioni nel settore archeologico

38.1 Ci Sono Anch'io - Epo 150: applicazioni nel settore archeologico

09/05/14

Le resine epossidiche hanno trovato da molti anni ampia applicazione in campo archeologico, non solo per gli incollaggi ma anche, ad esempio, per la realizzazione di copie da lasciare in situ, nel caso di musealizzazione degli originali, come presentato sulla rivista Kermes per la Tomba dei Cavalli nella necropoli cretese di Priniàs [1]. 
In quel caso, per ragioni conservative, era necessario asportare gli scheletri dei cavalli dall’area di scavo, ma questo avrebbe comportato la perdita della visione d’insieme e quindi anche del valore storico-simbolico del sito stesso. Era stato quindi deciso di collocare una copia esatta in resina, ottenuta tramite la creazione di un calco in gomma siliconica, ed il successivo colaggio di resina epossidica caricata con inerti (nella foto a fianco la copia in resina).
Oggi, tra le tante applicazioni delle resine epossidiche, descriviamo l’impiego della Epo 150, in due casi relativi al settore archeologico.

Il primo intervento si riferisce ad un intervento condotto dai tecnici della Soprintendenza per i beni Archeologici dell’Abruzzo. Numerosi resti fossili di grandi mammiferi furono rinvenuti in un giacimento casualmente scoperto a sud di Ortona (CH), nel corso di lavori stradali [2].
Lo scavo d’urgenza effettuato nell’ottobre del 2002 permise il recupero di resti fossili, prevalentemente di Hippopotamus gr. Antiquus, riferibili al Pleistocene medio iniziale (circa 700.000 anni fa): la mandibola quasi completa, un incisivo, due molari, ed un canino superiore, alcune vertebre cervicali, toraciche, lombari e caudali, alcune coste, il coxale ed il femore destro. La mandibola, per le sue dimensioni e per la sua completezza, risultava il reperto più significativo, seriamente compromesso da numerose fratture e fessurazioni, nonché da infiltrazioni nel tessuto spugnoso di apparati radicali.
Dopo il completamento di tutta la documentazione, le operazioni di isolamento e scavo si svolsero insieme alla contestuale protezione ed al primo consolidamento dei reperti. Per ogni elemento si procedette all’applicazione di una sottile pellicola di pvc trasparente, seguita dalla bendatura con garza gessata.
Nel recupero della mandibola di ippopotamo fu necessario procedere con estrema cautela, per la sua fragilità, le dimensioni, la conformazione e la giacitura. Questo reperto infatti, prima dello “strappo” finale, fu ulteriormente inglobato nel poliuretano espanso all’interno di una struttura di protezione.
Trasportata in laboratorio, la mandibola fu progressivamente liberata e restaurata. Per il consolidamento e per la continuità strutturale fu impiegata la dispersione poliuretanica Akeogard AT40, mentre nei punti particolarmente fragili del reperto e soggetti a cedimenti fu iniettata resina epossidica Epo 150.

Il secondo intervento è avvenuto su una parte della ricca collezione di paleobotanica del Museo di Geologia e Paleontologia dell’Università di Padova, esposta nella “Sala delle Palme”, in accordo con la Soprintendenza Archeologica per il Veneto [3].
Le fronde di palme fossili in questione sono di eccezionale valore scientifico, storico ed estetico, anche per le loro grandi dimensioni che in alcuni casi superano i due metri d’altezza.
La preparazione dei reperti risale, in alcuni casi, alla metà dell’Ottocento, mentre l’allestimento risale alla fine degli anni Trenta del Novecento e, pertanto, sono ormai entrambi storicizzati.
Dopo un’imponente campagna diagnostica, si è proceduto in situ alle operazioni di pulitura, consolidamento delle superfici (con Paraloid B72 in butile acetato), stuccatura (con un impasto di silice micronizzata e Paraloid B72 in acetone), ed infine all’incollaggio delle profonde fessurazioni, con Epo 150


Bibliografia
  1. Borgioli L., Venturini G., “Resine epossidiche per copie”, Kermes n°55, 2004.
  2. Agostini S., Caramiello S., Rossi M.A.; “Un intervento di scavo e restauro paleontologico: il giacimento con Hippopotamus antiquus di Ortona (CH)”, Il MIBAC, ricerca e applicazioni a confronto, X Salone dei Beni e delle Attività Culturali, Venezia, 1-3 Dicembre 2006. 
  3. Del Favero L, Fornasiero M., Reggiani P., Zorzi F., Molin G.; “Il restauro dei vegetali fossili esposti nella “Sala delle Palme” del Museo di Geologia e Paleontologia dell’Università di Padova”, Museologia Scientifica nuova serie, 6(1-2): 49-57  (2012).
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