41.3 Chimica e Ricerca - Introduzione alla carta Hanji

30/07/15

La carta Hanji è un materiale tradizionale realizzato in Corea da artigiani che si tramandano da secoli la tecnica, e sulla quale è stato stampato il Jikji, ovvero il primo libro stampato con caratteri metallici mobili, nel 1377. Questa data ci lascia un po’ interdetti, visto che ci siamo abituati a porre come data di nascita della stampa a caratteri mobili quella del 1453, anno in cui Gutemberg realizzò la prima Bibbia. Il Jikji è il più importante testo del buddismo coreano, e l’unica copia esistente arrivò in Europa tramite un collezionista privato, che lo donò poi alla Biblioteca Nazionale Francese, dove fu riscoperto nel 1970 da una studiosa, Ms. Park Peyong-Seon, e dov’è tuttora conservato. Dal 2001 il Jikji (sotto “foto 1” della prima pagina della riproduzione anastatica), è inserito nell’elenco Memory of the World dell’Unesco.
Ma messe da parte le curiosità storiche, focalizziamo l’attenzione nuovamente sulla Hanji, che possiede tutte le qualità per poter essere utilizzata in conservazione.
A tal fine riportiamo integralmente l’ottimo articolo di Paolo Calvini (Professore di Chimica dei Supporti Cartacei, Università Cà Foscari di Venezia), scritto per il Convegno tenutosi il 6 giugno scorso presso la Biblioteca Trivulziana del Castello Sforzesco di Milano, “Dal Codice di Leonar­do alla scoperta del Jikji: un’inedita alleanza tra Corea e Italia per l’eccellenza nel restauro su carta” nell’ambito del workshop promosso dal Consolato Generale della Repubblica di Co­rea sulla conservazione della carta.  L’articolo è stato pubblicato sul numero 6/2014 della rivista online ARTLAW, curata da Gianfranco Negri-Clementi e Silvia Stabile.
 

Note sull’uso della carta orientale nel restauro di libri e documenti  


Nel triennio
2005-2008 l'Istituto Centrale per la Patologia del Libro, il Centro di Fotoriproduzione, Legatoria e Restauro degli Archivi di Stato (recentemente unificati nell'Istituto Centrale per il Restauro e la Conservazione del Patrimonio Archivistico e Librario) e la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze hanno elaborato un Capitolato Speciale Tecnico per standardizzare le procedure di restauro dei libri e dei documenti.

Con Direttiva del
23 Aprile 2008 del Segretario Generale, il Ministero per i Beni e le Attività  Culturali ha adottato il Capitolato per le Gare di Appalto per l'affidamento in esterno del restauro di tali beni.

Nel Capitolato appare spesso la dicitura "carta giapponese" per indicare il materiale fibroso da utilizzare nel restauro manuale di carte o pergamene lacere o lacunose.

In mancanza di direttive specifiche, appare del tutto evidente come tale termine indichi un
generico tipo di carta disponibile commercialmente, e non si riferisca ad un prodotto appositamente preparato per garantire i requisiti di permanenza e durabilità richiesti in un settore delicato quale quello del restauro dei documenti di rilevanza storico-artistica.
Per quanto riguarda il soddisfacimento di tali requisiti, giova ricordare che i Conservatori dei supporti cartacei hanno svolto in passato un lungo lavoro di mediazione tra le esigenze delle cartiere e le necessità dei Bibliotecari ed Archivisti per arrivare alla produzione e al controllo di qualità di carte destinate a durare nel tempo, lavoro sfociato nelle Norme UNI 1032, UNI 1033  e ISO 9706 (Information and documentation - Paper for documents - Requirements for permanence).

Queste Norme richiedono un minimo di caratteristiche chimico-fisiche che le carte per documenti devono possedere (buona resistenza meccanica, pH non acido, riserva alcalina, basso contenuto di lignina, resistenza all'ossidazione), ma non entrano in dettaglio sulla composizione del materiale. Ad esempio, una carta a base di pastalegno chimicamente trattata per l'eliminazione della maggior parte della lignina, con collatura alcalina a base di AKD (dimeri alchilchetenici) e addizionata di Caolino può facilmente raggiungere i requisiti stabiliti dalle Norme. Ovviamente una buona carta orientale (Giapponese, Coreana o Cinese) senza collatura alcalina e senza caolino, ma contenente Carbonato di Calcio, può soddisfare gli stessi requisiti.

Già negli anni '80 il Laboratorio di Tecnologia dell'Istituto Centrale di Patologia del Libro [1] e l'American Institute for Conservation [2] avevano esaminato diversi campioni di carta giapponese con le tecniche analitiche stabilite dalle Norme UNI ed ISO, con l'aggiunta di ulteriori analisi (grammatura, composizione fibrosa, percentuale in ceneri, presenza di amido e ferro), riscontrando notevoli differenze tra le diverse Ditte produttrici e tra i diversi tipi di carte prodotte dalle singole ditte. In particolare è stato messo in rilievo come alcune  carte commerciali definite "giapponesi" siano costituite da una percentuale non trascurabile di fibre occidentali ottenute dalla pastalegno (pasta chimica), mescolate a fibre tipicamente orientali (Kozo, Gampi, Mitsumata). In alcuni casi è stata riscontrata una raffinazione insufficiente, con la presenza di sporadici residui di lignina, che certamente non giovano ad una buona conservazione del materiale.

In assenza di lignina, la pastalegno ben raffinata può soddisfare le Norme UNI ed ISO, ma lo stato attuale della ricerca scientifica non permette di valutare se ed eventualmente in qual misura possa essere dannosa a lungo termine.
Un discorso a parte merita la presenza di emicellulosa, un polimero simile alla cellulosa ma più corto e con "difetti" chimici lungo la catena, per la presenza di gruppi acidi (carbossili) e di acetili. Le Norme UNI e ISO non contemplano una valutazione del contenuto in emicellulosa, assente nei linters di cotone e presente nel lino e nelle fibre orientali, bast fibers utilizzate rispettivamente nella manifattura delle antiche carte occidentali ed orientali.
La stessa pastalegno moderna, sia pure chimicamente trattata per eliminare la lignina, contiene generalmente quantità non trascurabili di emicellulosa.
Tenendo conto dell'accento puntato da almeno cinquant'anni sulla stabilità delle carte di pura cellulosa, potrebbe sembrare che i difetti chimici dell'emicellulosa contribuiscano a diminuire la resistenza all'invecchiamento naturale delle carte che la contengono. Tuttavia recenti pubblicazioni [3,4] suggeriscono che l'emicellulosa in qualche modo protegge le zone amorfe delle catene di cellulosa, sequestrando l'acidità e sacrificando se stessa salvaguardando le catene di cellulosa, più lunghe e resistenti, all'interno delle fibre.

Le moderne tecniche analitiche non distruttive o microdistruttive, ed in particolare la Spettroscopia Infrarossa in Trasformata di Fourier (FTIR) [5] e
la Gel Permeation Chromatography (GPC o SEC) [6] permettono di identificare con relativa facilità la presenza di questa sostanza. In particolare l'FTIR permette anche di identificare la presenza di Carbonato di Calcio (riserva alcalina) e di lignina, rendendo così possibile uno studio approfondito e non distruttivo delle relazioni tra la presenza di queste sostanze e l'attuale stato di degradazione di documenti orientali invecchiati naturalmente, un filone di ricerca attualmente poco esplorato.

In conclusione è possibile affermare che allo stato attuale della ricerca scientifica non vi sono preclusioni all'uso di carte orientali commerciali per il restauro dei documenti, fatte salve ovviamente l'assenza di lignina e la presenza di carbonato di calcio.
La scelta di un particolare tipo di carta dipende essenzialmente dalla sensibilità e dall'esperienza del restauratore nel valutare le caratteristiche fisico-meccaniche che meglio si adattano alle carte o alle pergamene da restaurare.  

Paolo F. Calvini
   


Bibliografia  

[1] Mario Ansalone, Anna Di Majo, Carlo Federici, Lucia Mita, La Connotazione dei Materiali Impiegati nel Restauro. Bollettino Istituto Centrale Patologia del Libro, 1986, Vol.40, pp. 7-40.
[2] Sue Beauman Murphy and Siegfried Rempel, A Study of the Quality of Japanese Papers Used in Conservation. The Book and Paper Group Annual, 1985, Vol.4, The American Institute for Conservation.
[3] [Helena Håkansson, Per Ahlgren and Ulf Germgård, The degree of disorder in hardwood kraft pulps studied by means of LODP. Cellulose, 2005, Vol.12, pp. 327–335.
[4] Catherine H. Stephens and Paul M. Whitmore, Comparison of the degradation behavior of cotton, linen, and kozo papers. Cellulose, 2013, Vol.20, pp. 1099–1108.
[5] Paolo Calvini, Andrea Gorassini, Rosanna Chiggiato, Fourier Transform Infrared Analysis of Some Japanese Papers. Restaurator, 2006, Vol.27, pp. 81-89;
[6] Arlene A. Silva and Murray L. Laver, Molecular weight characterization of wood pulp cellulose: Dissolution and size exclusion chromatographic analysis. TAPPI Journal, 1997, Vol.80, pp.173-180.
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