7/3 Formazione & Informazione - Poliedrico Berger

04/07/06

Il poliedrico Berger e l’Italia

La figura di Gustav Berger (1920-2006) rimarrà tra le più influenti nel mondo del restauro, sia per le sue innovazioni tecniche impiegate nei restauri da lui eseguiti, che per lo sviluppo di nuovi materiali, non fosse solo per il più famoso, il BEVA 371, ossia un acronimo del suo nome e del polimero base (Etilen Vinil Acetato). Berger è stato autore (o co-autore) di una serie impressionante di studi, ben riassunti nel suo ultimo libro scritto con William Russell, e pubblicato dalla Archetype, “Conservation of paintings: Research and Innovations” 

Anche solo ripercorrendo le tappe principali della sua vita si rimane stupiti di come si siano miscelate in una persona così tante esperienze.
Il laboratorio di restauro era stato il suo primo impatto con il mondo del lavoro, dato che il padre, Rudolf, aveva una doppia attività di antiquario e di restauratore a Vienna. La conoscenza del settore artistico era stata poi affiancata da studi di ingegneria (Haifa Technical Institute), studi che saranno la base di tutta la sua carriera successiva. Anche la parentesi militare lo aveva visto occupato in ruoli atipici, dal 1940 al 1946 nei Royal Engineers della British Army, quindi come interprete delle foto aeree nell’Israeli Defense Forces, fino alla guerra del 1948.

Il suo legame con l’Italia risale ai viaggi fatti col padre per l’acquisto di pezzi per il negozio antiquario, e dal 1943 al 1946 vi aveva trascorso un lungo periodo con le forze inglesi, nell’unità dei volontari della Palestina.
Il contatto con i restauratori italiani va quindi datato al 1945, con l’esperienza pratica nel laboratorio Podio di Bologna.
Nel 1946 si sposa a Napoli con Mira, rimasta accanto a lui fino alla sua morte, avvenuta il 6 Marzo 2006.
Negli Stati Uniti dal 1954, continuerà a collaborare con restauratori italiani come Mario Modestini e Claudio Rigosi, e molti altri che lavoreranno con lui nel suo laboratorio di New York, come ci dice Eugènie Knight:
Gustav Berger è stato tra le prime persone che ho conosciuto quando mi trasferii negli Stati Uniti nel 1986 per completare la mia formazione come restauratrice. Si trattava di un personaggio molto noto, di cui avevo letto tutte le pubblicazioni, pertanto non ero sicura di ottenere un incontro. Mi accolse senza formalità e filtri burocratici.. Dimostrò entusiasmo nel mostrare i risultati delle sue ricerche più recenti e nei racconti dei suoi interventi più complessi.
Nel settore del restauro gli interventi sui Cyclorama sono state soluzioni esemplari per restauri dei grandi formati, ancora oggi, dopo circa 20 anni, considerati innovativi. La messa a punto del Beva, l’adesivo da rifodero più diffuso come alternativa agli adesivi tradizionali a base di cera o colla animale, ha contribuito alla sua notorietà. Mira, sua moglie, compagna di vita, suo sponsor e sostegno anche nel lavoro ha oggi un grande vuoto da colmare.
Questo invece il ricordo di Matteo Rossi Doria:
La prima volta che incontrai Gustav Berger fu nel 1988 alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma. La GNAM aveva organizzato una dimostrazione delle metodologie di Gustav sul nuovo fiammante tavolo caldo in dotazione al laboratorio di restauro e molti colleghi intervenirono. Avevo letto i suoi articoli più conosciuti e importanti e potei brevemente parlare con lui guardando con grande interesse quello che faceva. Era per me, per quelli della mia generazione, un grande nome ma pochi conoscevano quello che aveva fatto e prodotto nei vent’anni precedenti. Ricordando quella prima sensazione, che ognuno di noi prova quando guardiamo ad un maestro, ho percepito un grande pragmatismo, frutto della sua formazione culturale e scientifica, una notevole capacità di confrontarsi con tanti ambiti scientifici diversi e un enorme tensione interiore volta a dimostrare al mondo del restauro che i metodi e l’adesivo da lui messo a punto, il Beva 371, rappresentavano la soluzione migliore.
Ricordo anche lo scetticismo di tanti colleghi, molte volte ispirato da una incapacità di mettersi in discussione sul piano esclusivamente tecnico e scientifico.
Questa tensione ha coinvolto migliaia di restauratori in tutto il mondo, me compreso, e pochi anni dopo ho avuto modo di partecipare ad un suo workshop negli USA. In quella occasione ho avuto modo di parlare con lui, esprimere i miei dubbi e stabilire un rapporto vero, utile per me. Ho potuto capire la costruzione del suo percorso scientifico e metodologico e verificare, dal mio punto di vista, l’efficacia delle sue soluzioni. Dopo questo episodio ho incontrato Gustav altre volte e le discussioni fra noi erano indirizzate a fantasticare sulle tante possibilità di applicazione. Berger amava dire che lui aveva solo iniziato e che a noi toccava il compito di affinare ulteriormente le metodologie, provando nuove soluzioni con il necessario rigore scientifico.
Mi auguro che la testimonianza del suo dinamismo, della sua notevole preparazione tecnico-scientifica e della sua grande energia rimangano nella nostra memoria collettiva così come il ricordo di una persona semplice, senza fronzoli, grande lavoratore e, in fondo, grande idealista.” 
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