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50.2 Ci Sono Anch’Io - Beva, che passione!

50.2 Ci Sono Anch’Io - Beva, che passione!

07/10/19

Non intendiamo però parlare di travolgente trasporto verso questo adesivo, bensì ci rifacciamo all’etimologia originale, che lega la parola passione a passus, participio passato del verbo latino pati, “soffrire”, o il più vicino “patire”.
In particolare, ci riferiamo a un punto critico per l’utilizzo di questo materiale: è infatti una vera e propria sofferenza capire a quale temperatura lavorare, per quanto tempo, e soprattutto in che modo controllarla.
È un fatto assodato che per alcuni restauratori è un patimento anche solo leggere le poche pagine di istruzioni della scheda tecnica - ormai scaricabili anche sul cellulare - per altri (provenienti dal fallimento di incaute applicazioni), il nome stesso Beva causa ansia e nausea, quasi fosse causa di allergie.
Per questo consigliamo la lettura delle poche righe seguenti solo a quelli spiriti stoici che ancora professano la fede nei principi dell’aggiornamento e dell’approfondimento.

Prima di entrare nella disamina della temperatura, è fondamentale ricordare il punto cardine delle operazioni che coinvolgono il Beva, che è quello finale, successivo all’apporto di calore: IL RAFFREDDAMENTO DEVE AVVENIRE SOTTO PRESSIONE! 

È purtroppo un punto spesso trascurato, e che ha portato molti restauratori a ottenere pessimi risultati, lavorando magari col ferro da stiro con temperature troppo elevate, quasi che il Beva fosse una specie di colla pasta! Si narra addirittura di stesure con rasiera dentata…… La metodologia è invece del tutto differente: un film sottilissimo di adesivo, bassa temperatura, minima pressione.
Naturalmente l’utilizzo di una tavola calda o a bassa pressione permette di raggiungere i risultati migliori con semplicità e riducendo i tempi di esecuzione, ma è possibile ottenere buoni risultati anche con un sottovuoto artigianale. Molto più difficile invece arrivare al successo apponendo dei pesi, specie se lo strato pittorico è molto materico: si rischia infatti di appiattire i rilievi.
Chiarito il nodo fondamentale, partiamo proprio riportando la frase della brochure PRODOTTI LINEA “GUSTAV BERGER’S ORIGINAL FORMULA®” relativamente all’operazione di foderatura, e in particolare riguardo l’apporto di calore:
Riscaldare la tavola fino a quando tutti i punti del dipinto abbiano raggiunto i 65°C. È necessario che la temperatura sia omogenea, per evitare che in alcune zone non si sia raggiunta la temperatura necessaria al rammollimento.

Si raccomanda inoltre di utilizzare un termometro a infrarossi o a contatto nel caso non si disponga di una tavola calda. Questo valore di 65°C fa sì che l’adesivo sia in una fase fluida, dato che si supera il punto di fusione della cera e le temperature di rammollimento di alcuni dei componenti polimerici.
Attenzione!
A volte si confonde la Tg (temperatura di transizione vetrosa) con la Tm (temperatura di ammorbidimento); a titolo di esempio si riportano i valori per uno dei componenti, la resina etilenvinilacetato Elvax 150: Tg = -29°C, Tm = 63°C.

Questo vuol dire che a temperatura ambiente, quindi a circa 50°C sopra alla Tg, il materiale è plastico, e possiede anche quella flessibilità che è una caratteristica del Beva. Man mano che la temperatura sale il polimero diventa sempre più morbido, finché a 63° raggiunge uno stato di liquido ad altissima viscosità (una specie di maionese), ed è quindi capace di infiltrarsi, grazie all’azione della pressione, nelle rugosità delle tele.
Se la temperatura sale ulteriormente, raggiungendo ad esempio i 90°C (cosa non insolita usando i ferri da stiro), il Beva diventa così fluido che penetra attraverso i vari strati, con il rischio che raggiunga lo strato pittorico. Questo fenomeno è la causa di un “effetto plastificato” che è stato osservato su alcuni dipinti foderati con ferri troppo caldi.
Diventa quindi indispensabile, se si vuole utilizzare un ferro da stiro, dotarsi di un termometro adatto: si consiglia quello ad infrarossi Mod.652, più preciso rispetto a quello a contatto, dovendo lavorare su superfici irregolari.
Altri importanti fattori da considerare riguardano la possibilità di lavorare a temperature più basse:
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Al di sotto di 65°C i polimeri sono comunque molto morbidi, e tra 50 e 65°C la miscela risulta già appiccicosa. È quindi possibile lavorare anche in questo intervallo, come riportato in vari articoli [1,2,3].

- La presenza di minimi residui di solvente aiuta a lavorare alle basse temperature, perché le molecole di solvente funzionano da plastificante temporaneo. In questo caso si deve lavorare con un minimo apporto di pressione, dato che la contemporanea presenza di solvente e calore potrebbe rendere lo strato pittorico morbido e quindi a rischio di deformazione (appiattimento).
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Non è possibile lavorare sotto i 50°C. Un approfondito studio [1] sul livello di adesione di due formulati di Beva (il vecchio 371 contenente la resina chetonica Laropal K80 e la formulazione, denominata negli Stati Uniti 371b, in commercio dalla fine del 2009, in cui la K80 è stata sostituita da un’altra resina chetonica), ha dimostrato che sotto i 50°C il nuovo formulato ha una bassa appiccicosità, e che è sempre necessario superare questa temperatura.
 

Riguardo quest’ultimo punto vogliamo ricordare che la sostituzione della Laropal K80 fu un passo necessario dopo la sua uscita dal mercato: purtroppo l’unica resina chetonica alternativa, che mantenesse inalterate le proprietà di adesione della miscela, era in partenza di colore giallo, e questo comportò un leggero colore paglierino del nuovo Beva 371. Anche questa resina chetonica è stata sostituita – a partire dal 2017 - con una resina urea-aldeide perfettamente trasparente, e quindi attualmente il Beva 371 è nuovamente incolore.
Fondamentale per la comprensione dell’influenza delle temperature è stato lo studio condotto dal Centro Conservazione e Restauro della Venaria, dall’Università e dal Politecnico di Torino [4]; sono state messe a confronto foderature effettuate con tele di lino e poliestere, applicando il Beva a spruzzo, a spatola o come Beva Film, e variando le temperature dai 62°C, poco meno del valore consigliato, a 68°C (poco di più), fino a 75°C (valore decisamente alto). Riassumiamo i punti evidenziati dallo studio.
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Le tele di lino danno una maggior forza adesiva rispetto a quelle sintetiche.

- L’aumento della temperatura impartisce maggior forza adesiva (si ricordi però il problema della fluidificazione eccessiva).
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L’applicazione dell’adesivo a spruzzo porta ad una maggior forza adesiva rispetto a quella ottenuta con il Beva Film o con l’applicazione a spatola.

- L
a minor penetrazione di adesivo nel dipinto originale la si ottiene pre-riscaldando la tela da rifodero su cui sia stato spruzzato l’adesivo. Questo preriscaldamento può essere effettuato solo su tavola calda.
 

Infine è da menzionare il tentativo di stabilizzare il Beva tramite l’aggiunta di Tinuvin 292. Gli autori dello studio [5] hanno osservato che la nota molecola HALS, già utilizzata per stabilizzare le vernici, impartisce una protezione efficace all’ossidazione. È vero che si è osservata una progressiva perdita dell’azione protettiva, ma è anche vero che al termine delle 8 settimane di invecchiamento accelerato, che rappresentavano circa 25 anni di invecchiamento naturale, i campioni contenenti il Tinuvin 292 erano significativamente meno degradati rispetto ai campioni che non lo contenevano. Non sarebbe quindi inutile aggiungere questo additivo, magari nella fase di diluizione a caldo, poco prima di effettuare la stesura dell’adesivo sulla tela da rifodero. 

Possiamo concludere rimarcando la necessità di una attenta riflessione su tutte le condizioni necessarie a poter utilizzare al meglio un materiale versatile, ma anche complesso come il Beva 371.    

Bibliografia

1.      Rebecca Ploeger, Chris W. McGlinchey, E. René de la Rie; “Original and reformulated BEVA® 371: Composition and assessment as a consolidant for painted surfaces” Studies in Conservation, Volume 60, 2015 - Issue 4, p. 563
2.      Giovanna.C.Scicolone, Marco Scoponi, Eleonora Canella, Stefano Rossetti, Martina Scoponi, “Polimeri a base di PVAc”, Kermes n.83 , 2011.
3.     
Enrica Boschetti; “Note sull’utilizzo del BEVA® 371 O.F.” Dispense del corso sulla foderatura su tavola a bassa pressione.

4.     
Lisa Bianco, Massimiliano Avalle, A. Scattina, Paola Croveri, Cesare Pagliero, Oscar Chiantore; “A study on reversibility of BEVA®371 in the lining of paintings”, Journal of Cultural Heritage - ISSN 1296-2074. - 16(2015), pp. 479-485.

5.     
Rebecca Ploeger, E. René de la Rie, Chris McGlinchey, Oscar Chiantore; “The long-term stability of a popular heat-seal adhesive for the conservation of painted cultural objects”; Polymer Degradation and Stability, 2014.

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