8/3 Formazione & Informazione - Dal vostro inviato a Monaco

29/09/06

Riprendere l’attività dopo la pausa estiva è sempre dura, ma quest’anno il 21° congresso internazionale dell’International Institute for Conservation, che si tiene ogni due anni, mi ha consentito un avvio più stimolante del solito.
I numeri del congresso ci possono già dare un’indicazione dell’importanza dell’evento: più di 400 partecipanti, 45 interventi orali suddivisi nei 5 giorni, a cui si devono aggiungere gli interventi tenuti per il Forbes Prize ed il Keck Award, ben 49 poster sui più diversi campi del restauro. Del resto l’argomento del congresso (“The object in context”), lasciava un ampio margine di intervento a tutti gli operatori: ogni manufatto è nato, si è trovato o si trova in un determinato contesto ambientale, culturale o storico. In tale contesto può aver subito modifiche chimico fisiche, oppure aver assunto nuove valenze culturali, o aver influito sugli oggetti che lo circondano.
Tante storie diverse, per un congresso meno freddo e più ricco di curiosità e aneddoti, dalla formazione di ghiaccio sulle superfici dei dipinti conservati nel castello di Skokloster in Svezia, ai problemi di conservazione delle pitture degli aborigeni australiani, il cui mantenimento rituale deve essere effettuato da un pittore designato dalla comunità, solo con i materiali messi a disposizione dagli spiriti che in tempi ancestrali realizzarono tali pitture!
Un congresso realmente internazionale, dove tutti i continenti erano rappresentati, non solo dai vari partecipanti, ma anche dagli stessi lavori presentati, con i tedeschi padroni di casa in ovvia superiorità numerica. Mi ha un po’ rattristato che la rappresentanza italiana fosse così sparuta (6-7 persone), e così poco istituzionale, forse anche per il ravvicinato evento del Convegno del Gruppo Italiano dell’IIC, tenutosi a Siena pochi giorni fa.
Ben sapendo che gli ultimi tagli finanziari hanno messo in difficoltà le istituzioni italiane sul fronte delle partecipazioni ai convegni internazionali, sarebbe comunque necessaria la presenza di almeno un osservatore dell’Istituto Centrale del Restauro e di uno dell’Opificio delle Pietre Dure, tralasciando eventualmente altri appuntamenti di minor rilevanza.
Del resto, spulciando tra la lista dei delegati, troviamo numerosi rappresentanti dell’Est europeo, che hanno problemi finanziari forse maggiori dei nostri, e altri provenienti da Colombia, Gambia, Cambogia, Giamaica, ed altri paesi con PIL sicuramente inferiori al nostro…

Ma con queste considerazioni rischio di impantanarmi in sterili polemiche sugli investimenti nei Beni Culturali, quindi torno sui dettagli tecnici, per riferivi delle conferme riguardo i problemi generati dall’errata applicazione di alcuni materiali: ben tre studi hanno riportato gli inconvenienti riscontrati su superfici pittoriche consolidate con Paraloid B-72 in ambienti umidi e soggetti a variazioni termoigrometriche. In particolare le pitture murali del tumulo di Takamatsuzuka in Giappone (trattate tra il 1976 ed il 1981), quelle del sito Maya di Calakmul in Messico (trattate nel 1969) e quelle del sito australiano di Kakadu. In quest’ultimo caso si trattava di pigmenti come il caolino e l’ematite applicati con leganti naturali e soggetti a dilavamento meteorico. Gli studi condotti mettendo a confronto Paraloid, una resina acrilfluorurata ed un silossano portavano a selezionare quest’ultimo prodotto, che è poi risultato mantenere l’idrorepellenza e l’effetto protettivo sulle pitture per più di 10 anni.

Inoltre dobbiamo aggiungere che un fissativo acrilico, non altrimenti specificato, applicato nel 1979, aveva causato delaminazione dello strato pittorico di una pittura murale nel tempio buddista di Muwi, in Corea, dove sussistevano problemi di umidità. Ulteriore riprova del limite di questa famiglia di polimeri quando si ha l’azione contemporanea di umidità e radiazioni ultraviolette, e quindi in particolare come nel loro impiego come fissativi degli strati pittorici o come protettivi per la pietra.
Una riduzione dell’utilizzo del Paraloid B-72 anche come vernice finale per dipinti è stato registrato al laboratorio di restauro della Tate Gallery di Londra: dall’85% delle verniciature effettuate nel 1984 con questo materiale,si è passati al 35% del 1994 e al 25% del 1999. Contemporaneamente si è riscontrato un progressivo incremento nell’utilizzo di resine chetoniche e alifatiche.

Rimane invece confermato l’utilizzo del Paraloid B-72 come consolidante e fissativo con ottime performances quando non è a contatto con l’acqua o non subisce l’azione delle radiazioni UV.
Sempre sul fronte delle resine sintetiche, si conferma la progressiva diffusione dell’utilizzo di resine alifatiche, come il Regalrez 1094 (base della nostra Regal Varnish), come vernice finale per i dipinti (Si veda ad esempio il restauro del “Reclining Nude” di Kees Van Dongen, condotto al Worcester Art Museum).

Un altra applicazione di un materiale particolare è stata quella condotta nello scavo delle armature della famosa “armata di terracotta” di Lintong, in Cina, brillantemente risolti con l’utilizzo di ciclododecano come fissativo temporaneo.

Il congresso è anche un osservatorio sul cambiamento dell’approccio al restauro: emblematica la presentazione di Batyah Shtrum sull’inversione di tendenza del LACMA (Los Angeles County Museum of Art), che dopo aver condotto sistematici smontaggi delle aggiunte condotte nell’ottocento e nel novecento su statue classiche (de-restoration), ha poi ripensato questa operazione arrivando anche a reintrodurre le stesse parti smontate (re-restoration): un trend comune a molti altri musei, non ultimo il Getty, come riportato da Erik Risser.
In conclusione il congresso IIC si conferma come un osservatorio privilegiato della realtà mondiale del restauro, una occasione per scambiare punti di vista con i più attivi ricercatori del settore, insomma una “ricarica”di stimoli ed idee per il futuro.
                                                                                                                                                                                   Leonardo Borgioli
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