Warning: session_start(): open(/var/cpanel/php/sessions/ea-php54/sess_mqvn24rqh0lg5u4mdsk9tpt2m1, O_RDWR) failed: Disk quota exceeded (122) in /home/ctseurop/public_html/site/dettaglio-news.php on line 1
12/3 - Ci sono anch'io - I bianchi

12/3 - Ci sono anch'io - I bianchi

28/09/07

Bianco: una questione di fondo Il bianco è forse il colore più importante nell’arte. Usato per dare fondo agli strati pittorici, per creare tonalità, ad esempio, adatte agli incarnati, oppure per dare un tocco di luminosità e volume a campiture altrimenti spente e uniformi. Fino al XVIII sec. esistevano solo tre tipi di bianco: il Bianco di Calce, il Bianco di Gesso e la Biacca. Il primo pigmento bianco di cui si abbia notizie è il Bianco di Calce. È costituito prevalentemente da carbonato di calcio ed è abbondantemente presente in natura. La sua composizione cambia molto a seconda delle impurezze presenti, così come il colore, per cui si può avere un bianco tendente al giallo, al rosa o al grigio, più o meno coprente. La produzione di una varietà artificiale di questo pigmento che fosse più bianca è conseguente alla lavorazione ad affresco. Per produrre gli intonaci infatti si procedeva alla cottura di pietre carbonatiche per ottenere calce viva. Questa veniva in seguito spenta con acqua e lasciata stagionare. Cennini chiama la varietà più pura e bianca (un grassello di calce fine) con il nome "bianco di San Giovanni" e lo indica come bianco ideale per creare incarnati, assieme alla sinopia (una particolare ocra rossa): "Rosso è un colore che si chiama cinabrese chiara, e questo colore non so che s'usi altrove che a Firenze; ed è perfettissimo a incarnare, o ver fare incarnazioni di figure in muro, e lavorallo in fresco. Il qual colore si fa della più bella sinopia che si truovi, e più chiara; ed è missidada e triata con bianco santogiovanni, il quale così si chiama a Firenze; ed è fatto questo bianco con calcina ben bianca e ben purgata." Il Bianco di Calce era usato anche in tempera e acquerello, ma non per l’olio: il basso indice di rifrazione, infatti, gli conferisce uno scarso potere coprente. La stessa affermazione vale per il Bianco di Gesso, impiegato in passato soprattutto per imprimiture, preparazioni, tempere e acquerelli trasparenti, nelle pitture murali per velare, ma raramente in affresco o olio. Oggi questi bianchi sono raramente utilizzati come pigmenti, ma sono ancora presenti nelle formulazioni di colori e vernici come inerti, addensanti, basi per lacche, ecc. La Biacca o Bianco di Piombo è un bianco dal colore caldo che, a differenza degli altri pigmenti bianchi, ha un ottimo potere coprente e un alto indice di rifrazione che la rende adatta all’utilizzo in tutte le tecniche pittoriche ma presenta lo svantaggio non trascurabile di essere molto tossico. È probabilmente il bianco più importante della storia e anche il più comune su opere antiche: lo si poteva trovare sulla tavolozza dei più grandi artisti dall’epoca romana, medievale e rinascimentale. Inoltre è stato l’unico pigmento bianco utile nella pittura ad olio fino al 1800, sia per il potere coprente che per la proprietà di accelerare il processo di siccazione dell’olio formando film elastici e resistenti. Veniva talvolta miscelato con il Bianco di Calce o Bianco di Gesso per opacizzare e dare film più coprenti nelle tecniche a tempera o acquerello. Come imprimitura per dipinti ad olio invece veniva usato dai pittori nordici, soprattutto olandesi quali Rubens e Vermeer. Il Bianco di Piombo è composto da carbonato basico di piombo 2 PbCO3*Pb(OH)2 .Sebbene in natura sia presente il minerale di composizione analoga chiamato idrocerussite, la Biacca veniva sempre prodotta artificialmente, ed è uno dei primi pigmenti di sintesi, assieme al verderame di cui si parlerà nel numero dedicato ai pigmenti verdi. Troviamo ricette di Teofrasto, Plinio e Vitruvio per ottenere questo pigmento dal piombo metallico esposto ai fumi dell'aceto. Solitamente si ponevano i reagenti in un ambiente chiuso in presenza di sterco che accelerava il processo di formazione della Biacca sia perchè manteneva alta la temperatura, che per la produzione di anidride carbonica, la quale combinata all’acqua presente nell’atmosfera dava acido carbonico; il metallo veniva perciò corroso, trasformandosi prima in acetato di piombo, per azione dell’acido acetico presente nell’aceto, e successivamente in carbonato per azione dell’acido carbonico: Pb + 2CH3COOH --> Pb(CH3COO)2 + 2H+ Pb(CH3COO)2 + H2O*CO2 (acido carbonico) --> PbCO3 + 2 CH3COOH La presenza di acqua portava alla successiva formazione del composto idrato. Durante la prima fase della rivoluzione industriale emerse il problema della tossicità del piombo e dei suoi composti, in grado di interagire con il sistema nervoso umano portando a gravi malattie come il saturnismo. Furono soprattutto le aziende che producevano vernici e colori a risentire di questo problema e a promuovere la ricerca di alternative. Si può dire che l’industria chimica si sviluppò anche grazie all’esigenza di trovare nuovi pigmenti, e importanti aziende chimiche come Ciba-Geigy, DuPont, BASF iniziarono la loro attività nella ricerca di nuove formulazioni per vernici e colori. La risposta fu trovata in un composto fino ad allora usato come antinfiammatorio: il Bianco di Zinco. Il Bianco di Zinco è composto da ossido di zinco ZnO, conosciuto fin dall’antichità come sottoprodotto della produzione del bronzo con il metodo detto "cementazione". L’ossido di zinco veniva chiamato in antichità lana philosophica; Discoride descrive la produzione dell’ossido di zinco in cui la cadmia (termine latino della calamina), ovvero un minerale di zinco, veniva mescolato con carbone e scaldato in un focolare connesso con un’altra "camera di deposito" dove si produceva l’ossido di zinco in forma di batuffoli lanugginosi, da cui probabilmente il nome. L’uso all’epoca era nel campo della medicina come antinfiammatorio, con il nome di olio di calamina. Il cadmio, elemento scoperto nei primi dell’ottocento, prende il nome proprio dalla calamina o cadmia, in cui si trova come impurezza. L’ossido di zinco, invece, esiste in natura nel minerale zincite, inutilizzabile tuttavia come pigmento date le molte impurità che gli conferiscono una colorazione rossastra, probabilmente per la presenza di manganese e ferro. I primi a mettere in commercio il Bianco di Zinco su larga scala furono Windsor & Newton nel 1834 con il nome di bianco cinese, di formulazione molto densa specifica per acquerello. In effetti questo pigmento era meno coprente della Biacca (indice di rifrazione basso) e quindi adatto a velature o medium acquosi (tempera, acquerello, acrilico, ecc.). In particolare in olio creava film che tendevano a crettarsi facilmente, per questo gli artisti continuavano ad usare la Biacca, nonostante la risaputa tossicità, magari addizionandola al bianco di zinco, con risultati purtroppo non sempre soddisfacenti. L’esigenza di trovare un composto che fosse atossico, ma con un buon potere coprente spinse nuovamente l’industria chimica verso la ricerca. Il Bianco di Titanio è un pigmento coprente, disponibile dal 1950. Sebbene il componente base, biossido di titanio TiO2, esista in natura nelle tre forme minerali di uguale composizione chimica, ma differente struttura cristallina (anatasio, rutilo e la rara brookite) nessuno di questi minerale è mai stato usato come pigmento. Sono stati invece preparati artificialmente biossidi di titanio sia nella forma cristallina anatasio che quella del rutilo, anche se solo di quest’ultimo si hanno riscontri certi. Tuttavia con Bianco di Titanio si identificano anche i composti del titanio come i titanati di zinco, bario, potassio o ftalati, silicati e litoponi di titanio. Ha un elevato potere coprente (molto opaco) grazie all’indice di rifrazione molto alto. Queste caratteristiche sono state decisive per la sua messa sul mercato in sostituzione dei bianchi finora usati, poco coprenti, tossici o troppo costosi. In arte si può utilizzare per qualsiasi tecnica, compresa la produzione di inchiostri, sebbene in olio dia film che tendono a non essiccare bene; per limitare questa caratteristica può essere mescolato con opportune quantità di bianco di zinco. Il diossido di titanio ha molti usi: come riempitivo, come copertura, come colorante e opacizzante per ceramica e vetro o sbiancante nelle gomme, cere e materiali plastici. BIBLIOGRAFIA
     
  1. Ball Philip, Colore una biografia, BUR saggi , febbraio 2004;  
  2. Doerner Max, The Materials of the Artist and Their Use in Painting, Harvest Books, 1949;  
  3. Matteini Mauro, Moles Arcangelo, La chimica nel restauro. I materiali dell´arte pittorica, Nardini, 1991;  
  4. Feller L. Robert, Artists’ Pigments – A Handbook of their History and Characteristics Vol. 1 Cambridge University Press, 1986;  
  5. Roy Ashok, Artists’ Pigments – A Handbook of their History and Characteristics Vol. 2, Oxford University Press, 1997;  
  6. West FitzHug Elisabeth, Artists’ Pigments – A Handbook of their History and Characteristics Vol. 3, National Gallery of Art, 1997.
-
-
-