13/2 - Ci sono Anch'io - Silicato e affreschi: la terza via?

20/12/07

Se negli anni passati il dibattito sul consolidamento degli affreschi ha visto su fronti opposti i sostenitori del Paraloid e quelli del metodo del bario, non dobbiamo dimenticare che una terza "fazione", quella dei fans del silicato d'etile, ha operato principalmente al di fuori dei confini italiani. Negli ultimi tempi riscontriamo un maggiore interesse, ed anche un maggiore utilizzo, del silicato d'etile per questa particolare applicazione. Significativa la presentazione al recente Convegno "Il consolidamento degli apparati architettonici e decorativi", tenutosi a Bressanone dal 10 al 13 Luglio 2007, di ben tre articoli [1] che riportano l'impiego su pittura murale di questo prodotto, a fianco di altri articoli sul metodo del bario, resine acriliche e l'altra novità, le nanocalci.
In queste brevi note affronteremo alcuni punti e forniremo alcune indicazioni bibliografiche che possono aiutare a formarci un'opinione su questa "terza via" al consolidamento. Per consolidamento si intenderà in queste nostre considerazioni solo il recupero della coesione dell'intonaco infragilito, senza considerare quindi la riadesione dello stesso agli strati sottostanti (operazione svolta con le malte da iniezione), e senza aprire il delicato capitolo del fissaggio superficiale. Riprendiamo il discorso dal precedente numero del Bollettino CTS, dove sono state riportate varie considerazioni sugli effetti del silicato d'etile sui materiali carbonatici. Si è visto come l'equazione "silicato d'etile = incompatibilità con i materiali carbonatici" sia ormai completamente sfatata. La "compatibilità", se intesa in questo ambito come basso impatto sulla permeabilità al vapore acqueo e sulla porosità della struttura, come possibilità di ripetere futuri trattamenti, come mantenimento dell'idrofilia, è certo maggiore per il silicato d'etile che per qualsiasi polimero. Come per il caso della pietra, tedeschi ed austriaci sono stati gli antesignani per queste applicazioni. E' utile riferirsi ai lavori dell'austriaco Ivo Hammer [2] o di Hanz Leitner della Hochschule fur Bildende Kunste di Dresda. Quest'ultimo riporta un'ampia casistica di interventi [3], eseguiti negli anni '80 con silicato di metile, e dopo la sua scomparsa, per ragioni di sicurezza, con silicato d'etile. Il metilsilicato presenta non tanto un rischio legato alla formazione di alcool metilico invece che etilico, quanto una maggior volatilità e maggior reattività. Le lesioni oculari riscontrate dai restauratori dopo l'applicazione, erano dovute alla rapida reazione dei vapori di metilsilicato sulla superficie, chiaramente umida, degli occhi. Una pratica che differenzia l'intervento con silicato d'etile rispetto a quanto visto per la pietra, è quella di lavorare su supporti preventivamente bagnati, o anche di far seguire all'applicazione del silicato una soluzione alcalina (per esempio di acqua di calce o ammoniaca). A tal proposito voglio menzionare l'applicazione "a doppia siringa" (una contenente il silicato, l'altra dell'acqua di calce), condotta da Sabino Giovannoni su alcune aree delle pitture murali della facciata di Palazzo Mellini Fossi [4]. Tale modalità applicativa, del tutto anomala rispetto alle procedure standard, era dettata dalla necessità di non far penetrare il silicato nell'intonaco, ma di far riaderire allo stesso il film pittorico, massimizzando quindi l'azione adesiva nei micron superficiali. In altri termini, velocizzare la reazione di idrolisi, in modo da far gelificare immediatamente il prodotto prima che potesse distribursi negli strati sottostanti. La calce contenuta in soluzione aveva una funzione di catalizzatore, dato che il pH elevato (fortemente alcalino) comporta il rapido procedere della reazione di idrolisi (vedi sotto), ma non possiamo parlare propriamente di catalizzatore, in quanto partecipa anche alla reazione, con probabile formazione di silicati di calcio.

Reazione di idrolisi del silicato d'etile:
Si(OEt)4 + 4 H2O —› Si(OH)4 + 4 EtOH
La reazione evolverà poi nella normale condensazione tra Si(OH)4 ma con la formazione di polimeri più ramificati e piccoli, ed anche ad un consolidamento più basso. E' evidente che questa operazione richiede una grande abilità ed esperienza, sia per valutare le aree che richiedono questo particolare procedimento, sia per le concentrazioni, i tempi e le condizioni ambientali necessarie. Ancora una volta, non è l'abito che fa il monaco, o meglio, non è il prodotto che fa il restauro.
Dobbiamo infine rilevare l'utilizzo non sempre corretto di silicati alcalini di sodio e potassio, tanto attraenti per il loro veicolo (l'acqua), e per la loro minor sensibilità alle condizioni termoigrometriche. Solo in alcuni casi è possibile utilizzare questa classe di silicati, tenuto conto quelli che sono i sottoprodotti di reazione. Parallelamente alla reazione vista sopra avremo:
Si(ONa)4 + 4 H2O —› Si(OH)4 + 4 NaOH silicato di sodio soda Si(OK)4 + 4 H2O —› Si(OH)4 + 4 KOH silicato di potassio potassa
I sottoprodotti di reazione sono quindi idrossido di sodio (soda)e idrossido di potassio (potassa), sostanze a doppia faccia. A parte gli effetti su eventuali ritocchi o velature a secco (che potrebbero essere devastanti!), siamo di fronte a basi forti, con pH 14, che sono anche sali fortemente igroscopici, con la potassa addirittura deliquescente (ovvero che in presenza di umidità atmosferica la assorbe fino a liquefarsi). Nel tempo soda e potassa reagiscono con l'anidride carbonica per dare carbonati di sodio e potassio, sali solubili sempre igroscopici, anche se meno alcalini. Resta quindi scontato che al termine dell'applicazione di silicati alcalini è assolutamente necessario effettuare un abbondante risciacquo con acqua deionizzata, controllando il pH fino ad ottenere la neutralità. Solo questo procedimento (non necessario nel caso del silicato d'etile, dato che il sottoprodotto alcool etilico è volatile), garantisce la completa rimozione dei sottoprodotti, e nel caso questo non sia possibile, si eviti l'applicazione. Rischiamo altrimenti, dopo anni di considerazioni sulla nefanda azione delle puliture con soda e potassa sulle pitture murali, di far rientrare gli stessi prodotti dalla finestra.
Bibliografia
  1. Lavori condotti al Castello Mediceo di Melegnano (Boriani et al.), a Santa Maria delle Grazie a Milano (Di Francesco et al.), e alla chiesa di San Fedele a Roveredo (Cavallo et al.). Atti del Convegno di Studi "Il consolidamento degli apparati architettonici e decorativi", Bressanone, 10-13 Luglio 2007.
  2. Hammer I.; "The conservation in situ of the Romanesque wall painting of Lambach" Atti del Simposio "The conservation of wall paintings", London (1987), 43-55
  3. Leitner H. "L'uso dei silicati nella conservazione della pittura murale dal punto di vista del restauratore" Atti del Congresso Internazionale "I silicati nella conservazione", Torino, (2002), 157-174.
  4. Danti C., Giovannoni S., Lalli C., Lanfranchi M.R., Matteini M., Moles A., Nepoti M.R.; "Il restauro della facciata dipinta da Giovanni Stalf su disegno di Francesco Salviati nel Palazzo Mellini Fossi a Firenze" Bollettino OPD (N. 9 del 1997), 127-135.
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