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14/1 - Ci sono anch'io - In principio fu l'acqua di calce

14/1 - Ci sono anch'io - In principio fu l'acqua di calce

31/03/08

In principio fu l’acqua di calce Oggi pensare al fissaggio o al consolidamento di superfici lapidee o di pitture murali ci fa immediatamente venire a mente varie classi di prodotti, dagli inorganici come l’idrossido di bario o l’ossalato d’ammonio, al silicato d’etile, ai polimeri, questi ultimi suddivisi in svariate famiglie. Ci sono poi prodotti usati in tempi relativamente recenti ed oggi abbandonati o quasi, come i fluosilicati o l’ottocentesca “waterglass”, ossia silicato di sodio e potassio. Ma se torniamo indietro di un secolo o poco più troveremo una sola protagonista del consolidamento: l’acqua di calce, ossia una soluzione acquosa satura di idrossido di calcio, Ca(OH)2. Non dobbiamo confondere questa soluzione, limpida e stabile, con il latte di calce, ovvero una dispersione lattescente del solito idrossido di calcio, che tende da un lato a separare, e, se applicata sulle superfici, a depositare una patina bianca di carbonato di calcio. La reazione è sempre la solita carbonatazione: Ca(OH)2 + CO2 ? CaCO3 + H2O E proprio su questa si basa la forza del metodo: depositare lo stesso materiale che costituisce il legante delle pietre carbonatiche e delle malte storiche, in analogia all’azione del silicato sulle pietre di tipo siliceo. Quindi la totale compatibilità. Purtroppo il metodo ha un limite intrinseco ed insormontabile: la bassa solubilità dell’idrossido di calcio (1,7 g/l a 20°C, ma si riduce drasticamente in presenza di solfati, rendendo pressoché inapplicabile il prodotto su superfici solfatate). Questo fa sì che per depositare una quantità minima di consolidante siano necessarie moltissime applicazioni. Un tentativo di utilizzare materiali simili, ma con solubilità più alte è rappresentato dal metodo del bario (che ha una solubilità 35 volte superiore, 60 g/l a 20°C), che presenta però il problema della tossicità per l’operatore ed un pH molto più alto. L’avvento di altri tipi di consolidanti ha ridotto l’impiego dell’acqua di calce a pochi sporadici casi, ma l’interesse sull’argomento è indubbiamente ancora vivo, come dimostrano alcuni interventi al Convegno di Bressanone del 2007 dal titolo “Il consolidamento degli apparati architettonici e decorativi” [1]. La rivalutazione del metodo è dovuta da un lato ai negativi riscontri di errati utilizzi dei polimeri, dall’altro alla ricerca di metodi compatibili secondo i principi della “bioarchitettura”. Sull’efficacia di questo tipo di trattamento si è discusso molto, anche per l’assenza di studi scientifici che ne dimostrassero i reali effetti, ed un tentativo di determinare la penetrazione marcando il consolidante con l’isotopo 45Ca dimostrò una profondità massima di penetrazione di 2 mm. Alcuni anni fa un interessante studio condotto da un gruppo danese [2] ne ha ribadito i punti critici:
  1. la necessità di effettuare ripetute applicazioni (oltre 40) al fine di ottenere un effetto registrabile;
  2. l’enorme quantitativo di acqua apportata alle murature (più di 25 l/m2);
  3. la necessità di effettuare le applicazione senza far asciugare le superfici, quindi effettuando le applicazioni bagnato su bagnato quanto più possibile.
Queste conclusioni evidenziano le due problematiche che rendono possibile il metodo dell’acqua di calce solo in alcuni casi, ossia:
    • La maggior parte delle murature non sopportano apporti così massicci di acqua: i sali possono essere movimentati, se presenti perni metallici possono innescarsi meccanismi di corrosione, fenomeni di crescita di microrganismi possono manifestarsi nelle zone vicine (non sull’area trattata a causa dell’elevato pH).
    • Il sistema richiede lunghi tempi di applicazione da parte di personale qualificato, ed è quindi molto costoso (a meno che non si valuti a costo zero il tempo del restauratore, cosa che in effetti talvolta accade).
Questi due punti possono essere in parte superati con l’utilizzo della calce nanofasica in dispersione alcolica, che è l’argomento dell’altro articolo del Bollettino (link). Con questo sistema, denominato Nanorestore®, non solo si lavora in assenza d’acqua e con alcool isopropilico, che ha anche funzione battericida, ma il numero di applicazioni viene ridotto drasticamente.
Nota: come preparare l’acqua di calce_ L’acqua di calce non la si compra (è al 99,83% acqua!), ma la si prepara unendo ad un litro d’acqua demineralizzata circa 50 grammi di grassello di calce, cioè un forte eccesso di Ca(OH)2. Dopo vigorosa agitazione si lascia decantare la soluzione, finché si ottiene una soluzione limpida con un corpo di fondo. Durante tutta la procedura il contenitore deve rimanere sigillato, per evitare che si verifichi la carbonatazione dell’idrossido.
Bibliografia
  1. Fontanini A., Ghezzi V., Rancilio D., Sala L., Scala B., “Ancora sull’acqua di calce: il restauro della Cappella Cavalcabò nella chiesa di S.Agostino in Cremona a dieci anni dall’intervento” XXIII Convegno Scienza e Beni Culturali, Bressanone (2007), 497-507
  2. Brajer I., Kalsbeek N.; “Limewater absorpion and calcite crystal formation on a limewater-impregnated secco wall painting” Studies in Conservation 44 (1999) 145-146.
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